Quando ero piccolo, in famiglia, quando qualcuno traslocava sentivo dire dai miei genitori che "Tizio el gavea fato San Martin".
Come per molte altre cose, che apprendiamo per imitazione, anche nel mio lessico il termine "fare San Martino" divenne sinonimo di traslocare. Non mi sono mai chiesto il perchè.
Fino a quando, studiando l'economia delle corti venete del 1700, ho capito il motivo percui, nonostante i secoli trascorsi e le mutazioni sociali intervenute nel frattempo, quel modo di dire rimaneva fra la gente con tutta la sua forza.
Nel nordItalia – e in particolare nella pianura veneta – l’11 novembre segnava la fine dell’annata agraria: i lavori nei campi erano conclusi, il vino nuovo si preparava nelle botti, e si chiudevano o rinnovavano i contratti agrari come quelli della mezzadria.
In quel sistema, il modello della mezzadria prevedeva che il mezzadro, con la sua famiglia, coltivasse la terra del proprietario, restituisse una parte del raccolto (spesso la metà) e condividesse rischi e frutti.
In alcune grandi aziende agrarie della Terraferma veneta, vi era la figura del gastaldo che fungeva da “allenatore” della corte: gestiva il personale, controllava il rendimento, garantiva che la partita agricola si giocasse bene.
E così “fare San Martino” era più di una festa: era il momento in cui si decideva se riconfermare la squadra (famiglia colonica) o fare un cambio, e quindi comportava rischi, opportunità e un bilancio a tutti gli effetti.
In sintesi: per la “corte veneta” e il suo apparato economico-gestionale, l’11 novembre - festa di San Martino di Tours - fungeva da spartiacque tra un ciclo produttivo concluso e l’avvio del nuovo; il gastaldo doveva essere pronto a gestire transizioni, conferme o cambi, mentre il mezzadro si confrontava con la possibilità di continuare o doversi spostare.
In questo contesto risulta facile evidenziare la differenza fra proprietà e possesso.
Nel diritto civile italiano, la proprietà è un diritto reale pieno e assoluto sul bene: significa che il titolare ha il diritto di usarlo, ne è il proprietario, appunto.
Il possesso, invece, è una situazione di fatto: consiste nel potere materiale su una cosa, che si manifesta attraverso l’attività e la volontà di comportarsi come se si fosse proprietari, indipendentemente dal fatto che lo si sia effettivamente. La famiglia colonica, nel nostro caso.
E il gastaldo?
A lui competeva il ruolo di intermediario fra proprietà e coloni, sorvegliando che il contratto di mezzadria funzionasse al meglio.
Era il ponte fra proprietà e famiglia colonica: assicurava che il conduttore e la sua famiglia rispettassero gli obblighi contrattuali, che la casa fosse mantenuta, che la ripartizione dei prodotti avvenisse.
Amministrava aspetti economico-finanziari: accertava i costi (sementi, bestiame, salari), aiutava a calcolare la divisione dei frutti, comunicava alla proprietà eventuali problemi.
Nei grandi possedimenti veneti, la presenza del gastaldo rendeva più “imprenditoriale” l’azienda fondiaria patrizia, permettendo una gestione più sistematica.
Ai giorni nostri una struttura simile la troviamo proprio nella consulenza finanziaria che si avvale di strumenti di risparmio gestito (non il trading, per intenderci).
- Il cliente è il proprietario delle risorse economiche (campi e strutture della corte).
- I gestori sono i coloni che mettono a frutto queste risorse e condividono con la proprietà una parte dei risultati (il management fee, detto anche costo di gestione)
- Il consulente è il gastaldo della situazione, che si incarica di controllare, valutare e, se necessario, sostituire i gestori nel caso si rendesse necessario al fine di perseguire il risultato finale.
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