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Rappresentazione visiva dell'articolo: Il Monopsonio USA

Il Monopsonio USA

Giovanni Vaona

09 agosto 2025

«Ha 41 anni, credenziali accademiche impeccabili, e gode della massima fiducia di Donald Trump. È l’economista che difende la validità dei dazi doganali, con una teoria “eretica”. Si chiama Stephen Miran e ne sentiremo parlare nei prossimi quattro anni».

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L’anno scorso, Miran ha scritto uno studio oggi quasi «profetico»: secondo lui l’economia americana trarrebbe vantaggio da un aumento generalizzato dei dazi, portandoli tra il 20 % e il 50 %.

La sua posizione è poco ortodossa, ma affonda le radici anche nella teoria economica classica, a partire dal seguente presupposto: il liberismo funziona solo su mercati perfettamente concorrenziali — che però non esistono.

Nel commercio internazionale, è irrealistico applicare le categorie del liberismo quando la principale potenza industriale mondiale, la Cina, opera secondo un modello dirigista e statale: i suoi prodotti possono essere venduti sottocosto grazie a sussidi massicci, se Pechino insegue una strategia espansionistica che riduce la concorrenza.

In queste condizioni, la teoria accademica è inapplicabile.

Dall’altra parte, Miran considera gli Stati Uniti come una forma di «monopsonio»: cioè un acquirente così dominante da imporre i prezzi. Il contrario del monopolio.

Gli USA importano molto più di quanto esportano; ciò rende asimmetrica una guerra dei dazi: anche se i paesi-bersaglio reagissero colpo su colpo, l’America sarebbe quella in grado di infliggere maggiori danni.

Secondo Miran, le imprese cinesi preferirebbero abbassare i prezzi pur di non perdere quote negli Stati Uniti. Il consumatore americano non pagherebbe l’inflazione, mentre lo Stato incasserebbe gettito (una sorta di tassa contro la Cina), potendo finanziare sgravi per famiglie e imprese.

Sul fronte monetario, Miran guarda al precedente di Reagan: negli anni Ottanta gli accordi di Plaza (1985) e del Louvre (1987) hanno consentito di correggere il dollaro sopravvalutato grazie alla cooperazione tra banche centrali che portò ad un riequilibrio fra le monete, migliorando la competitività americana.

Miran ritiene percorribile una strategia simile oggi, anche se peggiore è la posizione della Cina, che non è un alleato politico-militare come lo erano allora Giappone e Germania.

Miran contesta questa obiezione, affermando che «dopo una serie di dazi punitivi, i partner europei e anche la Cina saranno più disponibili a un accordo sulle valute, in cambio di una successiva riduzione dei dazi».

Altre misure che valuta sono una tassa sugli acquisti stranieri di titoli del Tesoro americano — con la Fed pronta a sostituire i finanziatori stranieri — che sarebbe una dichiarazione formale del Congresso e della Casa Bianca qualora la Cina tentasse una eventuale “svalutazione competitiva” del renminbi, e sarebbe il preludio a ulteriori sanzioni.


Staremo a vedere, la situazione è delicata ma siamo pronti ad intervenire se lo valuteremo necessario.

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