L'idea di questo articolo nasce da una chiacchierata fatta con Ilaria, la mia cliente che si occupa di export vini, perché volevo capire quanto i dazi del 15% incidessero realmente sul prezzo finale che paga il consumatore al tavolo del ristorante.
C’era una volta una bottiglia di vino prodotta in Italia, venduta “ex cantina” a 10 €. Un prezzo pulito, diretto: uva, fermentazione, imbottigliamento, etichetta. E fin lì, tutto è trasparente. Ma quel prezzo è solo l’inizio: perché il vero racconto, quello meno visibile, comincia quando quella bottiglia lascia il suolo italiano e si mette in viaggio verso l’altro lato dell’Atlantico.
Quando entra in un container, non viaggia sola. Porta con sé costi di trasporto, imballaggi, assicurazioni, movimentazione portuale, spese di sdoganamento. Vai a calcolare quanto pesa tutto questo sul prezzo base, e vedrai che quei 10 € già salgono: non è un “ritocco” arbitrario, ma accumulo.
Poi viene il passaggio doganale: dazi, accise, controlli. Nel contesto USA-UE, dal 1° agosto 2025 è stato deciso un dazio del 15 % sui vini e spiriti europei all’ingresso negli Stati Uniti.
Eppure, anche essere “arrivati nel paese” non significa che la battaglia del prezzo è finita. L’importatore acquista la merce con quel costo ormai “gonfiato”, e aggiunge il suo margine: paga magazzini, personale, rischio, marketing.
Poi c'è il distributore, che prende dal primo a prezzo maggiorato e lo ricarica ancora, perché deve coprire la sua parte di costi locali, la distribuzione, la rete commerciale.
Infine, il ristorante — l’anello visibile della catena — che prende quel prezzo e lo traduce per il cliente finale: deve coprire affitto, personale, bollette, sprechi, margini operativi.
Metti insieme tutti questi passaggi — ognuno aggiunge qualcosa — e quel vino di 10 € può facilmente diventare 60 €, 70 €, perfino di più, una volta che lo paghi al tavolo. Non è speculazione pura: è narrazione di costi, struttura commerciale, regolazioni politiche.
E oggi, con le tensioni commerciali tra UE e USA, c’è un ulteriore elemento d’incertezza: il rischio che dazi cambino, che accordi saltino o che contromisure vengano adottate.
Dietro quel prezzo al tavolo — 60 €, 80 €, anche 100 € — non c’è un salto misterioso, ma una “macchina invisibile” che trasforma. È come se la bottiglia fosse un seme che, attraversando oceani, dogane, magazzini, negoziazioni e markup, germogliasse in un albero di costi: ogni ramo è un’anello della filiera che aggiunge foglie — che poi sono margini, imposte, spese — e il frutto che raccoglie il cliente è ben più “maturo” del semplice prezzo iniziale.
