Quando sono entrato nel mondo del lavoro, sono approdato in una piccola realtà produttiva e dopo qualche anno mi avevano affidato la responsabilità degli acquisti. Per chi produce esiste un solo obiettivo: arrivare velocemente al prodotto finito e consegnare. Meno materiale hai a magazzino e meglio è.
Ottimizzare il capitale circolante.
Poi c’è stato un tempo in cui ho collaborato con Giorgio Mantovani, titolare di un paio di negozi di elettrodomestici e computer. La sua filosofia era semplice: se vendo, magari poco, ma guadagno. Ma se non vendo, non guadagno nulla. Pertanto, il suo massimo dispiacere era vedere uscire i clienti senza aver acquistato qualcosa.
Il suo crucio principale? Anche per lui, far girare il magazzino. Guadagnare poco, ma molte volte.
Perché vi racconto questo? Perché sarà la somma di tanti singoli comportamenti che determineranno e regoleranno il mercato delle merci.
Le tariffe sono tasse: chi ne beneficia direttamente è solo lo Stato — fintanto che non causano un rallentamento economico tale da ridurre le entrate fiscali da imprese e cittadini.
Come funzionano?
All’arrivo di una merce in dogana, si applicano dazi secondo il codice della categoria merceologica.
Il costo grava sull’importatore e da qui si aprono quattro scenari in base al potere contrattuale dell’importatore sull’esportatore e il potere di determinare il prezzo al consumatore.
- Se l’importatore non può negoziare con l’esportatore, si assume integralmente il dazio—così come intendeva Trump con “eat the tariff”, cioè “caro importatore, ti fai carico tu dei dazi”.
- Se invece ha un potere contrattuale, può chiedere all’esportatore di coprire (in tutto o in parte) i costi.
- Se la domanda è inelastica, cioè l’importatore ha il potere di aumentare il prezzo, cioè quello che si definisce “power pricing”, potrà scaricare i dazi sul consumatore.
- Se invece non può farlo, i margini aziendali gli si restringeranno e i prezzi restaranno invariati per il consumatore.
Nel caso numero 3. l’impatto si riverbererà sui consumatori che potranno subire una perdita di potere d’acquisto oppure rivolgersi a prodotti locali (spesso qualitativamente inferiori), ma aumentando la richiesta alimenteranno però un aumento dei prezzi di questi ultimi (si pensi al “parmesan”).
Gli esportatori potrebbero risentire non solo della compressione dei margini, ma anche di una probabile contrazione dei volumi, se la domanda dovesse calare.
Non bisogna dimenticare però che molti utili degli importatori non rientrano in negli USA e pagano solo una tassazione agevolata per poi essere parcheggiati in qualche paradiso fiscale.
Pertanto, credo che la prima opzione sarà la più probabile.
Le tariffe sono uno strumento di politica economica dai meccanismi semplici ma dalle conseguenze complesse e redistributive.
Come ho scritto nell’articolo precedente, dobbiamo tener contro che gli USA sono dei clienti particolari che godono di un monopsonio. Pur di vendere a loro, si accettano anche le tariffe.
